Approfondimenti

28 Ott 2015

Come farsi ascoltare dai bambini

Imparare come farsi ascoltare dai bambini per qualcuno equivale ad avere poteri magici.

La linguistica ci insegna che il cervello umano risponde in automatico a certe parole chiave. Succede così quando usiamo parole come devo, voglio, posso, no, comincio a… e anche ho un problema.

È una chiave che apre molte porte, soprattutto quelle davanti alle quali ci ritroviamo davanti con lo sguardo smarrito e la netta sensazione che non ce la faremo mai.

come farsi ascoltare dai bambini

Ognuno di noi ha provato prima o poi nella vita la sensazione di essere di fronte a un vicolo cieco. La capacità di notare solo le cose sotto la nostra lente d’ingrandimento: il particolare colore del muro, porta, siepe, ostacolo che ci impedisce di andare avanti. La consistenza tattile di un respiro affannato, difficoltoso da inspirare ed espirare.

È in queste situazioni che capisco di essere finita in trappola.

Come si esce dalle trappole? Chiedendo aiuto.

L’ho fatto anche con un bambino di poco più di due anni. Indovinate, FUNZIONA!!!

Ero realmente smarrita, frustrata, incapace di vedere oltre a quel muro contro il quale avevo continuato a rimbalzare con ogni vano tentativo.

  • Scardinare? Impossibile.
  • Aggirare? Impossibile.
  • Supplicare? Inutile.
  • Stendermici sopra stile geco? Irrisorio.

Ogni tentativo continuava a darmi due risposte da vicolo cieco:

  1. Il bambino rideva, quindi non aveva capito la gravità della situazione.
  2. Il bambino taceva e dopo pochi istanti riprendeva le sue azioni senza modificarle di un millimetro.

E allora la domanda continuava a risuonare: come farsi ascoltare dai bambini?

Quanto riuscivo ad essere chiara?

Quanto ero arrivata a farmi capire?

Non lo sapevo. Ogni tentativo di entrare in dialogo con lui risultava vano, nonostante i due anni di relazione primaria stabilita, di momenti di grande affettività e complicità creati nel tempo.

Inutile, il muro diventava sempre più elastico e potente, io sempre più lontana e inefficace.

Una mattina, dopo l’ennesimo tentativo di entrare in rapport col bambino in questione, dopo ogni vano tentativo di avere un feedback di qualsiasi genere rispetto alla situazione vissuta (verbale, non verbale, spirituale, trascendentale!), mi arriva un bagliore di speranza dal poco cervello rimastomi ancora intatto: Chiedigli aiuto, chiedigli che ti aiuti lui…se non lui, chi?

Sento una parte di me stessa emettere una sonora risata sarcastica.

L’altra che le dice di tacere e di credere nel potere delle parole.

In una frazione di secondo decido di seguire la mia strada, quella ormai battuta e ribattuta e che così lontano mi continua a portare nel lavoro e nelle relazioni personali. Mi siedo vicino al mio piccino, respiro e mentre sbatto le palpebre cambio il mio respiro.

Tocco il braccio del bimbo, messo seduto per l’ennesima volta quella mattina per lo stesso motivo (far volare il tettuccio della casina del giardino sulla testa di qualche sventurato compagno).

Fino ad ora non ho ottenuto un riscontro di quanto gli ho detto. Ho usato tutti i miei timbri vocali, le mie posture e le mie mimiche facciali. Ho usato la vicinanza, la lontananza, l’affettuosità e la “minaccia” (ti metto a sedere se lo rifai …si è già seduto tre volte da quando gliel’ho detto …mmmmh, qualcosa mi dice che non riesco ad arrivare al suo cervello).

L’esperienza mi dice che finché un bambino non risponde in maniera esaustiva alla tua domanda di comprensione della situazione, continuerà a fare quanto ha fatto fino a quel momento.

Insomma, rispondere alla domanda “hai capito cosa ti ho detto? Hai capito perché ti ho messo seduto? Hai capito cosa succederà se lo rifarai?” è fondamentale.

Se non ricevo una risposta verbale a tutto questo, accompagnato da uno sguardo di contatto, allora, il bambino, l’adolescente, l’adulto si riterrà autorizzato a reiterare la stessa azione senza neppure sentirsi minimamente in errore.

Il problema, il MIO problema quindi, è quello di ottenere queste risposte, che invano ho tentato di avere fino ad oggi.

Da lì, la sensazione del vicolo cieco che raccontavo prima. Lo rivedete il colore tattile di quell’ostacolo che vi impedisce di andare avanti?

Ecco come l’ho finalmente annientato.

Ho fatto un rumoroso respiro, ero come dicevo prima seduta a terra vicino a lui e l’ho toccato per un attimo su un braccio e poi con voce piccola piccola, più piccola di lui ho implorato:

“Andrea, aiutami. Ti prego Andrea, ho un problema grande mi puoi aiutare?”

Lui mi ha guardato stupito. Ecco, ora sapevo che il suo cervello stava nella direzione che speravo.

Allora ho continuato:

“Mi vuoi aiutare?” ed ho implorato ancora di più.

Lui ha spalancato gli occhi: segnale di predisposizione favorevole.

Continuo: “Ho bisogno che tu mi dica, CON LE PAROLE, se hai capito quello che ti sto dicendo. HO BISOGNO che tu me lo dica CON LE PAROLE, altrimenti io non so se hai capito. E per me è importante capire. Per favore, ti va di aiutarmi?”

Lo so, lo so, da adulto consapevole so di aver giocato “sporco”, ogni bambino che ci voglia bene desidera aiutarci con ogni fibra del proprio corpo, e so anche che ogni essere umano al quale si chiede aiuto, per natura, davanti a una richiesta del genere, si muove verso di te in maniera favorevole.

Ebbene, aver studiato coaching deve pur tornare utile davanti ai vicoli ciechi, no?

Gioia massima quando sento uscire da quelle piccole labbra un sussurratissimo “Sì”.

Allora faccio tutte le domande che devo fare ed ottengo tutte le risposte che voglio avere.

Finiamo la nostra conversazione con un bell’abbraccio e un mio ringraziamento per l’aiuto ricevuto.

Andrea è soddisfatto, e io al settimo cielo, un’altra avventura ha trovato la sua degna conclusione.

La mattinata finalmente scorre piacevole, senza tetti che volano come spazzati da uragani.

E finalmente Andrea gioca senza più tornare a sedere …se non per fare una piacevole merenda con tutti i suoi amici, privi di ulteriori bernoccoli!

Come farsi ascoltare dai bambini (e anche dagli adulti)? Chiedete a loro la chiave per aprire la porta della reciproca comprensione.

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